2011-11-28
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2011-09-06
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Mio cugino diceva sempre che da grande avrebbe voluto fare il re o il cuoco. Senza preferire uno o l'altro, poiché la scala sociale è una faccenda che non riguarda i cuccioli d’uomo: semplicemente gli piacevano entrambi. Forse perché sia il re che il cuoco sono visti come figure imponenti, dalla grossa panciona e dal vocione rotondo. Carezzevoli nei modi ma con quella dose di autorità regalata loro da madre natura e non conquistata con la gerarchia. O forse perché ambedue le figure impressionano per l'importanza del loro copricapo, metallico o in tessuto, ha poca importanza. La corona, come l'escoffier, eleva la statura più di qualsiasi cappellaccio unto e consunto che Pancrazio, mio cugino, era abituato a vedere in testa ai suoi compaesani.

Poi Pancrazio scoprì una trista cosa: spesso i sovrani perdevano la testa. Non in senso figurato, ma proprio così, la perdevano. Alla mattina presto venivano acchiappati da una squadra di bruti, rozzi e arrabbiati, e trasportati su di un trespolo di legno montato in maniera strana e da lì mai più ridiscendere tutti d'un pezzo. C'era un'immagine sul suo sussidiario, una sorta di litografia su uno sfondo virato seppia, che mostrava una qualche Rivoluzione, dove si vedeva un corpo senza capo dietro un'enorme Gillette e una testa canuta e riccioluta dentro un canestro di vimini, in terra davanti alla Gillette. Tutto attorno, gente con bandiere: la stessa gente bruta, rozza e arrabbiata di prima.

Un re decapitato non può indossare la corona, e non può neppure fare un mucchio di altre cose divertenti, tra le quali inzuppare un pezzo di pane fresco nella casseruola del sugo. Il cuoco invece sì, intinge, ed assaggia quel che gli pare, gratta il fondo del paiolo, con le crosticine della polenta abbrustolite ed arricciate. Con la spatola di gomma leviga la pentola del budino, scoprendo il lucido metallo dove prima si stendeva un opaco velo di cioccolato. Si gusta tutto, il cuoco, e soprattutto, indossa sempre il cappello bianco, alto e gonfio come un dolce ben lievitato. Questa faccenda del gustare era un aspetto non secondario, nelle nostre fantasie tarlate da ruggenti brontolii di pance vuote…

Poi Pancrazio si accorse che quasi tutte le cucine hanno in fondo, in basso, a fianco, una porticina che conduce in un locale buio e polveroso, illuminato da una misera lampadina a 25 watt, e che all’interno di quel locale non c’è ne’ pane ne’ circo, ma altro vizio che compone la trilogia che (si dice) riduca l’uomo in cenere. E siccome in un locale buio e polveroso non si può ospitare una concubina, ne’ si può gustare degnamente del buon Virginia, si capisce che si tratta di cantina e che in quel antro ci possono stare solo vino, birra e liquori.

Passo successivo (gran finale). Pancrazio comprende la differenza tra la poesia di un imponente, niveo copricapo e la realtà di un traversone bisunto, e vira le sue attenzioni verso i tablier in tela mezzo cerata, vero segno distintivo del vero cantiniere, voluminosa e volgare medaglia spalmata dalla vita in giù, finanche al collo del piede, con tanto di tasca anteriore dedicata al trasporto di cavatappi e tappi, penne e notes, fiammiferi, e tutto ciò che può servire alla mescita di birra et similia, per diffondere vera gioia e serenità al popolo.

Perché, come diceva quel famoso presidente, “la birra è la prova che Dio ci ama, e ci vuole felici”.

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